Gotti Tedeschi spiega che adesso occorre una Good (e non una bad) bank

Abbiamo letto molte teorie per la soluzione della crisi. Alcune si rifanno all’indipensabile funzionamento delle banche al fine di intermediare liquidità necessaria al sistema produttivo. Cioè nazionalizzandole (se una banca è pubblica sa prendere il rischio meglio di una privata?) o disintermediandole creando nuove IMI, come negli anni Trenta. Leggi: Per Savona, garantire è meglio che nazionalizzare - Forte ci rammenta quel che di buono possono fare le banche statali
11 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 21:51
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Gli stati si convertono in banche d’affari, comprano il rischio, lo impacchettano o lo trasferiscono nel tempo affidandolo a “santa inflazione”. Ma prima o poi questa bad bank deve esser aperta. Allora una bella copertura a termine per non lasciare ai nipoti questo rischio potrebbe essere opportuna. E il miglior modo per compensare gli effetti di una bad bank è prevedere una Good Bank, cioè un progetto di creazione di ricchezza a lungo termine che compensi la ricchezza distrutta messa nella prima bank. Tale ricchezza è creabile nei paesi non ancora sviluppati che esprimono domanda di beni e investimenti e possono assorbire le nostre capacità produttive eccedenti, permettere di non licenziare, mantenere la domanda e conseguentemente rendere meno bad quello che è contenuto nella bad bank stessa.
Certo, il problema sarà nell’emissione di prestiti adeguati per finanziare questi piani per la ricostruzione dei paesi poveri, ma sappiamo che la ricchezza sostenibile si crea diffondendo il benessere ed è perciò opportuno indebitarsi per creare ricchezza oltreché per trasferirla. Quando intuii il progetto di Good Bank (e ne scrissi sull’Osservatore Romano a gennaio) non immaginavo che sarebbe stata pensata anche dal responsabile della Banca Mondiale e persino dal primo ministro inglese Gordon Brown.
Ricordo una storiella che riadatto agli attuali problemi. Un giovane banchiere anglosassone pluri masterizzato viene mandato in Africa a cercare di capire la possibilità di fare investimenti redditizi. Quando torna conclude che non c’è nulla da fare perché lì non si consuma, non ci sono infrastrutture, né negozi, né fabbriche, non ci sono business school. Inutile perder tempo, meglio finanziare i subprime in casa propria... Un altro giovane banchiere, ragioniere (siano benedetti i ragionieri per i quali il dare deve esser sempre uguale all’avere!) di una banchetta europea, fa lo stesso viaggio ma tira conclusioni opposte.
Lì c’è tutto da fare, non c’è concorrenza, ancora non consumano, hanno domanda enorme di infrastrutture, hanno anche fame di conoscenza. Il potenziale di ricchezza che lì si può creare è enorme, mille volte superiore a quello che ormai è producibile at home. E si mette a elaborare subito un progetto di investimento a lungo termine da proporre ai fondi internazionali e alle istituzioni preposte. Non è un problema solo di bontà d’animo, è un problema di buon senso. Dove si può creare tanta ricchezza che compensi tante perdite prodotte se non facendo emergere e sviluppare le economie dei paesi poveri? Chi permette al prodotto interno lordo mondiale di crescere ancora e nonostante tutto, se non gli ex paesi emergenti che sono stati aiutati in passato a partecipare allo sviluppo economico?
di Ettore Gotti Tedeschi